Rappresentatività SIAE vs Soundreef: quando i numeri non dicono tutta la verità.

Di recente, diverse testate (tra cui Il Sole 24 Ore) hanno dato risalto ai risultati di un’indagine AGCOM sulla rappresentatività delle collecting in Italia. Il verdetto, apparentemente schiacciante, ha lucidato l’immagine di SIAE e gettato un’ombra su Soundreef. Ma siamo sicuri che la fotografia scattata da AGCOM sia a fuoco?
Un unico metro di giudizio: il fatturato
L’indagine ha basato la sua intera analisi su un solo, unico parametro: il fatturato aggregato delle due società nel triennio 2021-2023. In un mercato complesso come quello dei diritti musicali, ridurre tutto al mero incasso è come giudicare la qualità di un’orchestra dal numero di posti a sedere del teatro in cui suona, ignorando la musica eseguita.
Cosa è stato ignorato (e perché è importante)
Un’analisi seria sulla “rappresentatività” non può prescindere da dati qualitativi e analitici. Sono stati tralasciati indicatori fondamentali come:
- La crescita analitica: Quanti nuovi autori ed editori hanno scelto una o l’altra collecting in quel periodo? Questo è un indicatore di fiducia e di dinamismo del mercato.
- Gli utilizzi effettivi delle opere: Quante volte i brani del repertorio Soundreef sono stati suonati in radio, TV, streaming o eventi live rispetto a quelli SIAE? Il fatturato di SIAE si basa su un catalogo sterminato e storico, ma la rappresentatività “attuale” si misura su quanto un repertorio è realmente utilizzato oggi.
- Il contesto operativo: L’analisi ignora che in quegli anni Soundreef operava tramite LEA (Liberi Editori Autori), un contesto specifico che meriterebbe un’analisi più approfondita e non un semplice confronto di fatturato grezzo.
Due pesi, due misure: un vizio istituzionale?
Il risultato di questa analisi parziale era, di fatto, scontato. Confrontare il fatturato di un operatore storico, che per decenni ha agito in regime di monopolio, con quello di un player entrato in un mercato liberalizzato da pochi anni, è una gara impari.
Viene da chiedersi se lo scopo fosse davvero misurare la competitività del mercato o, piuttosto, legittimare lo status quo. Questo approccio non solo penalizza Soundreef, ma manda un segnale preoccupante a chiunque voglia portare innovazione e concorrenza in settori storicamente bloccati.
Ancora una volta, sembra che anche le istituzioni preposte a garantire il mercato utilizzino due pesi e due misure, favorendo chi c’era già invece di chi sta provando a costruire un’alternativa.
La domanda finale è: un’analisi basata su dati così parziali può essere considerata attendibile e utile a promuovere una sana concorrenza?